Giacomo Bulgarelli scudetto Bologna

 

Onorevole Giacomino, salute!

Così urlava Gino Villani nel suo megafono.

E lì scattava l’applauso della folla, lungo, festoso, ben augurante.

Era così ogni domenica fra le mura del vecchio Comunale: la voce tonante del supertifoso, il boato del pubblico e il gesto lieve di Giacomino Bulgarelli.
Un saluto con la mano, un sorriso appena accennato su quel volto da ragazzo per bene e la partita poteva cominciare.
Bologna rendeva così omaggio al suo idolo, al campione fatto in casa, alla bandiera di uno squadrone che voleva vivere alla grande.
Per tre lustri (392 partite e 43 gol) la città del pallone si è riconosciuta nella classe, nel talento e nella grande forza d’animo di questo enfant du pays, incapace di staccarsi dalle proprie radici, di rinnegare la sua patria umana e sportiva


LA VITA DI BULGARELLI


Giacomo Bulgarelli nasce nel 1940 a Portonovo di Medicina da una famiglia piccolo borghese.  E’ studente di liceo al collegio San Luigi.
Bulgarelli rappresenta il figlio modello di un’era che raccontano felice: gli inflazionatissimi anni Sessanta, resuscitati da mille Revival.
La faccia pulita, la riga fra i capelli, quel vago sapore di malinconia che la gioventù si porta sempre dietro, Bulgaro passò come una una luminosa cometa sul cielo bolognese.
Ispirato dai suoi piedi divini, il Bologna vinse l’ultimo scudetto della sua storia, il 7 luglio del ’64 in una caldissima serata romana che la gente rossoblu ha consegnato alla memoria come il più dolce dei flashback.
Giacomino, che era soprannominato Bulgaro, Onorevole, o semplicemente Professore, era il faro di una squadra fantastica,una creatura costruita pezzo dopo pezzo da quel sorridente genio del pallone che rispondeva al nome di Fulvio Bernardini.

C’erano i gregari (Furlanis, Pavinato, Tumburus, l’inesorabile Janich), gli uomini di classe (Fogli e Perani) e quattro stelle pronte a scannarsi per un posto in prima fila: Giacomino nostro, interno e regista di valore mondiale, Helmut Haller, un tedesco geniale col carattere del mediterraneo, Harald Nielsen, solito ariete danese nato per il gol ed Ezio Pascutti un furlan dalla crapa pelata coraggioso come Enrico Toti, sempre pronto a buttare testa, cuore e gambe oltre l’ostacolo.
Con questi undici uomini e un buon portiere (Santarelli), Bernardini aveva costruito una squadra spumeggiante, capace di giocare come in paradiso.

LO SPAREGGIO DEL 1964


Le tappe dell’indimenticabile stagione ’63-’64 sono scolpite nelle memoria dei tifosi bolognesi.
Il testa a testa con l’Inter in campionato è un duello entusiasmante, che non si risolve neanche sul filo di lana.
E così, per la prima ed unica volta nella storia, lo scudetto si assegna attraverso uno spareggio, fissato all’Olimpico di Roma il 7 luglio 1964
Il Bologna ci arriva scosso da un altro shock, l’improvvisa morte di Renato Dall’Ara, l’Inter reduce dal trionfo in Coppa Campioni a Vienna.
Venticinque mila tifosi rossoblu seguono la squadra a Roma, mentre Bologna sta raccolta intorno al focolare radiofonico.
Alle cinque della sera, la città è silenziosa e deserta, pronta a liberare il suo traboccante urlo di gioia.
Nel caldo opprimente dell’Olimpico Bernardini indovina ogni mossa: la preparazione del torrido clima di Fregene, la scelta di Capra come finta ala destra per neutralizzare la genialità di Corso.
Un tiro sbilenco di Fogli, leggermente deviato da Facchetti, sblocca la situazione e poi è il gol di Nielsen a portare il Bologna in paradiso.

 

(cit. Repertorio storico del Resto del Carlino)

 

 

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Giacomo Bulgarelli: lo scudetto del Bologna del ’63-’64

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